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Waking up: bliss

Era tantissimo tempo che non succedeva. Stamattina la sveglia non è suonata (il mio bel faccione lo dimostra abbondantemente). Ho aperto gli occhi con la luce del sole che ha spazzato via l'umidità di questi giorni, rendendo giustizia all'azzurro del cielo e alle ombre sul prato, come non si volesse anche lui eclissare in questo finale d'estate. Sono rimasto a letto, a tamburellare con i miei pensieri.
I soliti pensieri che mi donano questa instablità a cui mi affeziono giorno per giorno senza sapere perchè.

Ma, nonostante tutto, sto sorridendo.

Tra i fiori delle mie lenzuola blu mare ho ritrovato il sorriso.

Sono PAZZO, appurato.
Ma oggi devo trovare le energie per continuare a sentirmi così, perchè sto talmente bene che non so come abbia fatto a stare così male.

Sembra strano, ma è stato un evento tutto-nulla: incoscienza-consapevolezza, attesa-superamento del futuro, apatia interiore-beatitudine.

E ora? serenità, non c’è spazio per altro.

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You know who you are...

Io con te, tu con me.
Per sempre.
Auguri.

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It's time to graduate...

...Ebbene si. Con felicità e commozione sono lieto di annunciarvi che oggi ho consegnato tesi e libretto in segreteria.
La mia laurea tanto lontana d'un tratto s'è fatta astratta ma "spaventosamente" reale.
Ho in mano il frontespizio e continuo a leggere il mio nome sotto questo titolo a volte assurdo. E allora vi lascio così, in attesa che il 16 ottobre le mie fatiche vengnao ripagate:

"Studio dell'effetto dello zinco sull'apoptosi dei linfociti nell'invecchiamento"

Un grazie a tutti,

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Ogni fine ha il suo inizio

“Le storie possono anche finire male”.
Vero, verissimo.
Ma almeno falle iniziare per vedere cosa succede, cazzo.

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Presenze

Oggi è uno di quei giorni…
Non chiedo altro che coccole e attenzioni.

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Lenti a specchio

Fuori continua a piovere. Questo ticchettio è più fastidioso di quanto potessi mai immaginare: mi sembra peggio di una scena muta il giorno di un esame orale. Sembra che con la pioggia tutto faccia più schifo. Sembra anche che la pioggia abbia effetti strani sulla mia pische, come di mostra ampiamente quello che sto per scirvere, che è totalmente "dissociato" dalla mia vita odierna, che non sembra prevedere la parola amore e tutti i suoi derivati positivi e negativi.
Per la prima volta scrivo qualcosa che mi appartiene ma che non fa parte della mia vita. Stasera faccio lo scrittore.

"Questa volta non c’è scampo. E’ tempo di aprire gli occhi e chiudere il cancello alle mie spalle. Questo cancello che fino ad ora non è mai arrivato al battente, perché come uno sciocco mi piazzavo davanti alla fotocellula per avere sempre uno spiraglio aperto. Ora mi chiedo solo se fosse la mia necessità di avere una via di fuga o semplicemente –e come spero- l’amore mi avesse tanto sommerso da non volermi rendere conto della realtà.

“Porello, è stordito come un barbagianni” mi sono sentito dire.
Ed è vero.
Senza cattiveria, senza rimpianti, con il dolore che avrei dovuto già allontanare dalla mia vita.

Mi chiedo dove e perchè ho sbagliato, quando e se ho veramente superato questi limiti, invisibili ma netti.

Tutto ora non ha più un senso, quello che era scritto tra le righe si è spostato, sopra e sotto, nascondendomi agli occhi tutto quello che prima riuscivo a leggere e che mi dava certezza, che mi permetteva di costruire mondi diversi spostando virgole, punti e sospensioni.

Non avrei mai voluto che questo momento arrivasse, considerando quanto bene mi davi, amore e sogno, considerando che nella banalità della mia esistenza, avrei riversato l’abnegazione di cui sono capace solo per darti vita fino allo sfinimento.

Non voglio più piangere e dannarmi, è tempo di crescere, di capire quel che è giusto e ciò che è sbagliato anche se non dipende da noi, anche se avremmo voluto che le cose andassero diversamente.

A chi mi fa domande non so dare risposte perché non so dire cosa sia successo, né quando o peggio ancora come. Ne prendo atto, che sia il silenzio o la parola più falsa a fare da contorno a questa giornata che si fa cupa e pesante: sono cambiato.

Nonostante ciò, il mondo continua a ripetere quanto valgo, di essere felice per essere ciò che sono e per come vivo. E se tutte queste voci avessero ragione? Sono stanco di sentirmi frenato, di dovere aspettare qualcosa che penso di meritare, sono dispiaciuto nel sentirmi dire sempre e solo mezze verità.

Pensavo di non riuscire ad essere felice senza vedere splendere qualcuno accanto a me: lei il mio sole, io la semplice luna. Sarei stato anche bello, ma avrei vissuto di luce riflessa.

Credevo fosse il segreto di lunga vita: regalare splendore agli altri per viverne di riflesso.
Non sempre è vero, non sempre è fattibile.

E oggi c’è una novità: non rifletto più la tua luce, brillo da solo".


Continuo a vedere quel blu riflesso sulle mie lenti, continuo a cercarti, a crederti.
Non sei un numero, non sei un'oasi da raggiungere.
So cosa sei ma non riesco a descriverti: non so cosa sei ma riesco a descriverti.

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I(m)magine

Ho spinto sul pulsante Erase.
Un rumore sordo, ingranaggi, un fischio, il fastidio, lo stridio.
Un veloce Rewind
Convinto, cosciente di aver cercato di dimenticarti
Quantomeno sicuro di averci provato.
Play: lo schermo è nero, compatto, uniforme
Ho vinto.
Poi il brusio, frasi tagliate, l'immagine ancora nera.
Allora é immaginazione? No, è solo un tentativo fallito
Adesso non posso nemmeno più vederti
E mi aggrappo a quelle poche parole rimaste impresse su quel nastro
E ho paura di non riuscire mai più ad averti
Perchè sei qui ma è come se non ci fossi.

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Finchè morte non ci separi

Non capisco perché più si cresce e più certe situazioni sembrano inaffrontabili.
Ho un orecchio teso a quello che sta succedendo in cucina: ci risiamo, c’è crisi.
Questa volta sembra ancora peggio, sono stufi entrambi, hanno tirato in ballo non la goccia che ha fatto traboccare il vaso ma gli ultimi 12 anni della loro vita.
Da cui io e mia sorella sembriamo uscire indenni, quasi come se fossimo invisibili, sordi o –peggio- incapaci di capire.
Sento solo ripetere “sono stufo”, “mi sono rotta”: ogni ragione sembra quella buona, in una partita dove il vincitore è quello che riesce ad impietosire di più.
Se fino ad ora ho cercato di farmene una ragione, penso sia tempo di iniziare a parlare di questo schifo che si chiama “Famiglia Bocci”, che si imborghesisce e si trasforma nel quadretto del Mulino Bianco in presenza di ospiti. In modo tale che si possa perdonare l’eccesso di zelo di mio padre affinchè sia tutto perfetto, della buona cucina di mia madre, della buona educazione ricevuta e che tutti pensino che vada tutto bene, “perché quando si ospita una persona, si deve sentire accolta, in un ambiente familiare e rilassante”.
E la mia famiglia è quella che si ritrova a tavola e che non fiata, che sbuffa, che devia gli sguardi, che sminuisce e idealizza.
E la mia famiglia è quella che “non invitiamo mai nessuno perché la nostra casa fa schifo”. Sono dodici anni che me lo sento ridire, abbiamo arricchito gli studi degli architetti. Ma la mia famiglia è quella che “non ho voglia di fare” e poi si lamenta perché sola, perché sola, perché SOLA.
E la mia famiglia è quella che si crea i problemi che non ci sono e che non se li fa per quelli che esistono e che sono impossibili da evitare.
E la mia famiglia è quella che si ritrova unita solo nel dolore, quella che non condivide più sorrisi, quella che non ha più la costanza di celebrarsi, per il semplice fatto di esserci.
Mi guardo intorno e forse capisco perché voglio andarmene, perché invidio altre persone, perché tutto sommato sono felice di essere una persona che non sa mentire.
Mi guardo attorno e capisco che più di un grazie non potrei dire perché sarei troppo generoso e forse troppo ingiusto.
Mi guardo attorno e mi chiedo come sarò fra 25 anni.
Non mi sto proteggendo, sto scolpendo nella mente questo spettacolo inglorioso, che assomiglia sempre più a d un circo di acrobati che hanno dismesso i costumi da 20 anni e che credono di essere ancora gli artisti di sempre.
Sono stufo della menzogna, di dovere sempre e solo rinchiudermi per sopravvivere qui con il sorriso.
Mi stupisco di essere figlio loro, mi chiedo come si possa arrivare a tutto questo, se non ci si senta così male da volere gettare la spugna. Almeno essere realisti, almeno capire che abbiamo occhi per vedere e orecchie per senitre. Capire che forzare un rapporto fa dimenticare il buono che si è creato.
Non parlo nemmeno più per dolore, ormai sono talmente abituato che certe cose le do per certe: senza la mia dose quotidiana di gelo familiare paradossalmente la casa è troppo silenziosa, tranquilla.
Dare per scontato il loro amore sarebbe troppo ovvio.
Come il mio rispetto, ma non la mia comprensione.

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Il loro futuro la nostra speranza

Questi giorni, emotivamente parlando, hanno fatto abbastanza schifo. Come sempre –Moy ci era arrivata prima di me- September sucks. Se dovessi riassumere basterebbe dire una valle di lacrime.
Ecchepallebasta! Allora ne ho approfittato per ridere al ritorno di mia sorella da un giro in cerca di un pensiero per la nascita di una bambina.
I genitori di oggi, scrupolosi, neo trentenni preoccupati del futuro, sono pronti a riempire i pargoli di attenzioni, coccole, pace, colori, sorrisi. E profumo, perché non esiste mai al mondo che un ammasso di carne di qualche giorno storca il naso per l’odore della sua pupù.
Nasce con questo intento infatti l’invenzione del secolo (^^’), il Tommee Tippee Sangenic della DanPete, che trasforma –all’interno di una sorta di cilindro magico- i pannolini sporchi in una catena di salsicciotti.
Nel flyer si legge di tutto, ma il top si ha nell’ultima pagina, in cui si consiglia alla mamma di non sbagliare nella scelta, di comparare il meglio perchè –riporto tra virgolette lo scempio-

“MiGlioni di mamme nel mondo non possono sbagliare”.
No, ecco, le mamme non possono sbagliare, ma a quanto pare gli esperti di marketing si.
Questo sì che è un buon primo passo. Un miGlione di questi giorni, bimbo mio!

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And cry on my shoulder...

Mi sembra surreale che una persona allegra come me possa riempire il blog solo di parole così demoralizzanti e deprimenti. Oggi non va, come avrebbe detto la mia Fra T “oggi non la sfango”.
Ho iniziato a piangere senza motivo.
O meglio, tra tutti i motivi per cui potrei piangere, ho scelto il più insensato, sciocco, imbarazzante e inadatto.

Piango per paura.
Ho parlato con alcune persone che popolano il mio mondo universitario, che hanno intrapreso strade con una sicurezza di superficie che mi ha messo addosso il tarlo che si porta con sè il punto di domanda alla fine di questa frase: quello che sto facendo è giusto? E’ normale che io mi faccia queste domane? Per studiare la scienza bisogna essere per forza dei geni? O la si può studiare anche per interesse, per affinità? Devo essere devoto alla scienza, considerarla come fonte di vita e mia integrità spirituale?
O c’è dell’altro?
C’è che era tempo che non mi affollavo con delle domande che hanno scalfito la pelle del mio corpo come il gesso si sgretola sulla lavagna. E su quella lavagna vedo scritte cose che non capisco o di cui non comprendo fino in fondo il disegno.
Mi sento portato, gratificato
ma non so se basterà. E quindi piango, per alleggerirmi. Piango perché i miei occhi lucidi sono belli da vedere. Piango perchè almeno non vedo questo grigio che oggi si affolla dietro alle finestre, carico anch'esso di pioggia.
Ispiro compassione, forse come qualsiasi essere umano che piange. Però preferisco pensare che chi mi vede tutti i giorni come “superiore”, invincibile o inarrivabile oggi perda quello sguardo e mi veda per quello che sono: una persona che ha bisogno di aiuto, perché da sola non riesce a farcela.