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New year's eve

“La vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sulla follia”.

E’ poesia, la vita riassunta in un istante, un pezzo per il tutto, una sineddoche in carne ed ossa.
Voglio partire da qui per chiudere il mio 2008, un anno bisestile che –a differenza del detto popolare- non si è dimostrato funesto.
Il 366iesimo giorno venne il sole e donò a tutti una nuova prospettiva: la semplicità dei gesti, l’irrisolto mistero e la naturale arrendevolezza dell’essere umano, che si ripara nel profondo affetto di chi lo circonda per sfuggire da ogni male.
E io non ho fatto diversamente: il giorno della mia laurea, le fatiche di un lavoro estivo che appaga e stanca ma che manca fino a strapparti il cuore, la quotidiana vita in cerca di porti conosciuti, i progetti e le speranze di un futuro alle porte.
Lascio nel 2008 i miei sciocchi dispetti e i giorni neri che mi hanno fatto disperare e credere di essere un mostro. Lascio anche i sorrisi sparsi nelle terre d’Europa per i ricordi di una vita, il mio amore per il mare che ritroverò immutato anche nel 2009. Lascio posti che osserverò nuovamente cambiati, evoluti, come alcune delle persone che mi stanno accanto, che continuano la loro lotta quotidiana, per conoscerci, capirci, amarci nel modo migliore che abbiamo a disposizione.
Lascio persone incomprese o incomprensibili, giochi di parole per sviare dall’ineluttabile.
Lascio sogno e realtà, certo anche nel 2009 di non saperne riconoscere i confini.
Lascio alla speranza il compito di aggiornare il calendario, per questo 2009 che inizia in modo inaspettato: con un sogno ed uno scrigno che si sta aprendo.
Lascio nel 2008, e vorrei morissero qui, questa politica del dire e non fare, l’odio, la paura, la morte e il sopravvivere a cui spesso siamo costretti.
Porto nel 2009 la mia tenacia, la voglia di costruire storie e mondi diversi, la necessità di confrontarsi, amarsi, liberarsi dal passato e riscattarne la sua grandezza (ove ce ne sia), essere contagiati dal bello e dalla cultura.
Porto i sogni, i complimenti e la stima che posso riversare in me e negli altri, le belle parole, la mia macchina fotografica e le piccole cose di cui non riesco a fare a meno.
Ebbene, so di avere perso qualcuno, di averlo forse solo dimenticato o –peggio- averne iniziato a cancellare i contorni. Ma per altrettante persone, sempre meno (questa è la vittoria, almeno dal mio punto di vista), il loro piccolo rifugio si è fatto sempre più rassicurante, è diventato casa e infine famiglia.
Alexia, Federico, Michele e Mirko non si sono posti limiti, non si sono accontentati. E io devo premiarli, devo far capire che il merito è in primis loro.
Purtroppo io rimango quel che sono, nel bene o nel male: il mio carattere porta ad aprirmi a tutti, a mettere sentimento e poi ragione in ogni cosa. Fino a quando sarà così sarà impossibile raggiungere l’amore nella mia fascinosissima idea. Ora come ora il mio amore non è monogamo, è destinato a tante persone che mi riempiono e di cui non mi “accontento mai”.
Questa è la grande differenza: capire che forse si può amare in molti modi, ognuno giusto se non crea ostacoli. Il mio ostacolo ero io, nel cercare di rinchiudere l’amore in persone sbagliate, o meglio, non giuste. E quindi va bene così, basta problemi esistenziali, basta rincorse a fantasmi e ombre che pensavo avessero rapito mente e cuore.
Tutto intorno il mondo sorride, le risate degli amici silenziosi –anche lontani ma fondamentali (Andrea e Giulia, sì, siete voi)- annebbiano i giorni brutti, facendomi sorridere, come in quelle istantanee che si sgretolano nei ricordi ma di cui abbiamo immagini vivide in ogni respiro che accompagna su questa terra.
Tutto attorno, il mondo sorride, gli amici silenziosi –anche lontani ma fondamentali- annebbiano i giorni brutti, facendomi ben sperare, come in quelle istantanee che si sgretolano nei ricordi ma di cui abbiamo immagini vivide in ogni respiro che ci accompagna.
E’ ora di archiviare tutto, riempiendo il lavandino della vita, fatto di intrecci, cicatrici, sorrisi a bocca spalancata, emozioni, ricordi, cose e persone, dolori e mancanze.
Buon 2009 a tutti.

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Quote of the day

"Ricorda che le coincidenze non hanno madri e noi come dio non giochiamo a dadi"

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We need a change

Il tempo passa e la mia vita si accumula in queste pagine.
Per scelta e non per “vergogna” ho sempre parlato di me, perché anche chi non mi conosce potesse farsi un’idea di me.
Ma, in questi giorni, in cui sembra non si possa far altro che parlare di politica, crisi economica e futuro, ho deciso di dare il mio piccolo contributo.
Sono stufo. Sono un cittadino politicizzato insoddisfatto.
Potrei liquidare la questione del governo Berlusconi con una frase fatta del tipo “è quello che ci meritiamo”. In realtà la frase è giusta solo se completata con un seguito “visto quello che l’opposizione dovrebbe fare e non fa”.
Premetto, ho votato PD, mi sono lasciato trascinare dall’enfasi di Walter che crede(va) veramente in questa cosa. Ho tradito il mio ideale di una sinistra come quella di cui racconta il mio papà, una sinistra che si occupa dell’operaio, di una giustizia più equa. Una sinistra che –certo- si sarebbe dovuta aggiornare e molto, una sinistra che non c’è più.
Un nuovo partito che è nato con tante speranze ma che si è trovato –strada facendo- troppi problemi interni.
Di Berlusconi non parlo, per lui sono solo un comunista bolscevico. Mi fa rabbrividire e mi vergogno che lui rappresenti l’Italia. Non spendo parole nemmeno su quella banda di verdi della Lega, troppo presi con il loro celodurismo, Romaladrona e altre cazzate da mentecatti.
Non dico nemmeno altro su Casini perché dopotutto mi fa una gran tenerezza, è lì che non vale niente, sposa una volta l’uno e una volta l’altro, credendo di avere in mano le sorti dell’Italia.
Parlo al PD, al partito a cui ho affidato la mia voce. Una voce LAICA, RIFORMISTA, INNOVATIVA, RAPIDA. Ebbene, cosa c’è ora di questo partito?
Come può una persona come la Binetti sposare l’ideologia laica? Come è possibile che un partito che doveva nascere dall’idea laica di Stato intervenga a difendere la Chiesa (!, che sia chiaro io difendo i diritti di chi crede, ma sono contrario a questa chiesa che mette bocca su tutto e che pensa che solo tramite la fede si possa trovare soluzione al mondo) dalle affermazioni –e qui mi siedo perché potrei collassare- di Gianfranco Fini. Un Fini che mi sembra veramente calato bene nella posizione di vero politico, e mi vergogno nel dovere attribuire queste qualità ad un uomo della più vergognosa destra, una destra che dicono non esista più ma che fa paura, come tutti gli estremismi.
Come si può parlare di riforme se ci dimentichiamo del sociale? Sembra che l‘unica speranza per il mondo, il nostro, sia quello di togliersi dai maroni Berlusconi. Cosa cambierebbe?
Non riusciremmo a garantire nulla, noi del PD, perché non c’è una morale comune. Un progetto comune: difendiamo i diritti degli omosessuali e delle coppie di fatto ma solo per iscritto perché poi lasciamo sfumare tutto nella nebbia, tanto per citare un esempio. Ci occupiamo di dire che ricerca, studio, lavoro, qualità e formazione debbano essere parole comuni e standard ovunque, ma mancano risorse, garanzie, mentre le tasche degli AD che fanno fallire l’Italia si gonfiano sempre più.
E’ purtroppo vero che da noi l’interesse personale vale più del benessere comune e mi fa male ammettere che la battaglia di Di Pietro di un partito di persone “comuni perché innocenti alla giustizia" si stia rivelando vincente sotto molte carte.
Sono stufo di essere rappresentato da parole che non sono mie. Da decisioni ed atti che vanno contro quello che penso, contro quello che ogni libertà porta con sé. La certezza che essa venga tutelata.
Il diritto di credere e di non credere, il diritto alla giustizia, al lavoro, al non dovere per forza finire a 5000 km da casa per potere sfruttare una laurea, il diritto di vivere integrati realmente, di credere nel prossimo, il diritto a smettere di avere paura.
Mi manca la possibilità di essere rappresentato e la scelta, straordinaria ma obbligata, è una: smettere di votare.
Change or die…

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Christmas gifts

In ordine di spacchettamento (non considerando il mio magico MacBook arrivato a metà novembre):
  • la trilogia “Queste oscure materie” di P. Pullman da parte di Mirko, che tanto desideravo e aspettavo (si potrebbe dire “visto che vai sempre in libreria, perché non ci hai pensato prima?”), in un volume unico super-cool (per la serie io cellho e tunnò eheh);
  • il dvd di “Cloverfield” di quel geniaccio di JJ Abrams, da parte di me medesimo;
  • il libro “Paradiso perduto” di Milton, di cui avevo letto almeno 30 volte il titolo nella prefazione della suddetta trilogia, da parte di me medesimo;
  • il Bolt pupazzo da parte di Miki, che –come avrebbe detto Rino- è pazzeschissimo;
  • il set da viaggio per la mia barba (che dovrò quindi iniziare a curare), profumatissimo, cosmeticissimo e coloratissimo da parte di Elenina;
  • la Moleskine di Dublino per il mio prossimo viaggio, da parte della mia famiglia;
  • un magnifico e super-orange accappatoio, da parte della mia famiglia;
  • tre home&hand-made marmellate che sembrano deliziose: una scozzese, una inglese e una francese, da parte della mia famiglia;
  • 50 euros da parte della mia famiglia;
  • un magnifico cardigan doppiopetto da parte di Elena;
  • i regali che devo ancora ricevere e spacchettare da parte di Alexia e di Michela (…e io che sono curioso come una scimmia come farò ad aspettare???).

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christmas time

In questa notte, in una stanza non mia, apro gli occhi nel buio.
Ho ricordi della mia infanzia, quando dormivo leggero in un letto come questo.
Sento la coperta soffice e lieve, ricca di un profumo sconosciuto. Pulito, fresco, rassicurante.
Mi giro sul lato sinistro e vedo apparire i numeri rossi di una sveglia. Sono le 00:15: è già la vigilia di Natale. Non sono a casa ma in un posto in cui mi sento come a casa.
Ho passato la serata parlando del terremoto che mi ha “costretto” qui, a Imola, chiacchierando del Venezuela con una famiglia fantastica.
Nel buio ripenso al Natale, a quanto sia arrivato in fretta e quasi inaspettato.
Penso ai miei sogni ad occhi aperti in attesa di un rumore che potessi collegare alle slitte e agli “Oh oh oh” di Santa Claus.
Voglio vivere al massimo questi “ultimi giorni” e, come suggerisce una citazione di Seneca nel libro che sto leggendo in questi giorni, “volere le cose come sono, invece di desiderare che esse siano come le vorremmo”.
Non è un tirarsi indietro bensì l’estasi dell’arrendersi alla magnificenza della vita.
E così sia, non importa chi sarà qui fisicamente, vi ho tutti, ma proprio tutti, qui con me.
Vi voglio bene, ci aggiorniamo dopo le feste.
Buon Natale,

Matteo

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I want to believe

Sono in cielo, in quel paradiso
Non chiedetemi di scendere
Non vi ascolterò, almeno stavolta
Resterò qui e sarò amato.
Illusione?

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Proiezione privata

“Vai tranquillo, se dici così è perché hai capito che la tua vita non è qui”.
Bene, benissimo. La mia vita non sarà qui, ma oggi, domani e dopodomani per i prossimi pochi mesi sì.
Sono tanto proiettato nel ricevere risposte per il mio futuro che dimentico i giorni che passano sotto strati di indifferenza. Come se la pioggia omogeneizzasse bello e brutto, trasformando alti e bassi in una pianura che scorre senza emozioni e colori.
Vivo una vita da pendolare, fatta di orari, ritardi, mai un passo in anticipo.
Mi assopisco nel calore e nel clamore del treno, vedo gente correre verso l’autobus in partenza nella Bologna, madre stanca e mai pronta di questo turbine che la riempie e la prosciuga di tutto. Tutto quello che decido di non vivere è per il mio futuro.
E mentre scrivo questa frase mi rendo conto di perdere e di avere perso già troppo.
Mi reprimo per non dover dire addio il giorno in cui si presenterà la necessità.
Pur sapendo di sbagliare, come d’altronde ho sempre fatto in queste cose.
Una sanguisuga in una valle di sangue, che prende da tutti, dipende da altrettanti, che finisce per essere un parassita gonfio, perdendo forma, definizione e scopo.
Volere tanto, sempre di più, come l’antidoto al peggiore dei mali, la solitudine che chiude lo stomaco e indurisce il cervello rallentando il cuore.
Che fatica a seguire i pensieri, forse vividi nei movimenti che uniscono due persone che si amano e le tante altre che come un paracadute si stringono a te per alleviare la caduta.
E se urlassi al mondo intero che ho bisogno di te cambierebbe qualcosa? Che voglio viverti sapendo che nel nostro “contratto a tempo” dovrò farti vivere anche per i giorni in cui sarò lontano? E quando tu sarai lontana da me? Non voglio una favola, non sono adatto a quei ruoli.
Vorrei solo poter trovare nelle tue mani l’abilità di tessere la trama dei nostri incroci, nei cieli di questa Europa, avvicinandoci e allontanandoci di nuovo verso il mare.
Vicini e lontani come siamo ora, ma con la consapevolezza di essere qualcosa in più del semplice “io e te”.
E allora continuo a chiederti: “E se urlassi al mondo intero che ho bisogno di te cambierebbe qualcosa?”

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A volte ritornano...

Perché mi siedo davanti a questo schermo e mi sembra di scrivere solo cazzate?

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Monday morning

Il lunedi mattina –si sa- è sempre abbastanza traumatico. Ma ieri è stato un lunedi particolare.
Forse non si riesce mai a credere alla magia del passato, della possibilità che ci viene offerta nel riscattare gli errori o solamente la quotidianità che appiattisce i rapporti.
Volevo ringraziare Giulia e Tito, per avermi fatto ricordare quanto gli errori di gioventù possano essere dimenticati, solo se si riesce a capire che il passo fondamentale è ammettere di avere sbagliato.
Vorrei fermare tutto a ieri sera, tra i brindisi, le frittate inventate all’ultimo momento, non per stupire, ma per condividere. Per ricordare sempre il male al collo di questa notte passata sul divano con Mirko, mentre Laura e Alessandra parlavano nel sonno del loro lettone.
Vi voglio sempre così, inclusi Silva, Jack e le sue gaffe e Ilaria.
Vi voglio bene.

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Correre su 88 tasti

Questo sgabello è tutto ciò che ho. Regolo la seduta, mi lascio avvolgere dall’irrefrenabile voglia –come un bambino- di darmi la spinta, alzare i piedi e vedere girare la stanza. Intorno a me, ancora e ancora. Qui si parla di morte nel modo peggiore, si parla di morte come se fosse quotidianità, nemmeno fosse necessaria per apprezzare qualche piccola sbavatura che rende la nostra esistenza meno banale. Si parla di morte come qualcosa che –schioccando le dita- viene e un giorno andrà, che ti colpisce alle spalle inaspettatamente e non ti permette di riprendere fiato. Diagnosi, aspettative. E’ dura, è l’ossessione della vita. Questo sgabello cigola, è freddo, sembra vecchio –forse saggio- ma ha resistito a tutto.
L’ho portato con me a casa, gli ho donato un nuovo contesto, l’ho reso silenzioso ma non più confortevole. La scomodità tiene sempre sul chivalà. Mi sono seduto al pianoforte, ti ho visto arrivare alle mie spalle, sorridente, hai riconosciuto la melodia di questa canzone che portiamo nel cuore. Io non suono, muovo solo le dita su questi tasti che si alternano pericolosi, a scandire movimenti, pensieri ed emozioni. Non sono ammessi errori, la stonatura significherebbe la crepa che s’insinua nel legno e che distrugge la scala. Ti avvicini, ancora, ti siedi sopra di me e l’intreccio delle nostre mani prende il sopravvento. Le tue dita poggiano sul bianco, diventano rosse nel salire e scendere su quei mattoncini sonori, crei qualcosa di diverso e sono costretto a rincorrerti, verso qualcosa che non conosco.
E’ questa –oggi- la mia paura: ho paura di emozionarmi, ho paura a dire certe cose, vorrei che quel che faccio fosse sufficiente a far capire le mie intenzioni. Non ho più parole con cui costruire frasi che regalino quell’effetto di stupore che vedo dipinto nei tuoi riflessi quando ti faccio ridere e quando chiami il mio nome, trasformando sei lettere in un trittico solo tuo. Con te è come se vedessi qualcosa per la prima volta: ho trovato tutto quello che non cercavo.
Mi è piaciuto e non sento più la necessità di rincorrere quello che pensavo fosse più giusto per me. La cosa bella è vivere nell’imperfezione che qualcun altro trova perfetta. Voglio continuare a fare il pagliaccio per regalarti sorrisi, balbettare emozionandomi, vorrei avere il coraggio di allungare la mano e cercare la tua, nel caldo di un divano. Vorrei non avere più paura di vergognarmi se qualcuno mi trova bello per qualche ragione.
Vorrei vivere la storia che devo ancora scrivere, come quella canzone che nascondo e che inizia e finisce nello stesso istante in cui mi rendo conto che questo è solo parte di ciò che voglio veramente. Scalpitando per non essere solo, cercando in realtà ogni modo per rimanerci.
Non ha senso lo so, ma è la verità.

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yeah baby it's you...

Ci sono istanti in cui ho paura. Vedo quella matassa impolverata che nasconde un pensiero o paradossalmente qualcosa che non ricordo. E’ rimasta lì tutto quel tempo perché non sono stato capace di rompere quel groviglio che, morbido ma compatto, mi divide.
Da te.
Ci sono momenti in cui tutto sembra instabilmente chiaro, quando stringo la matassa e sembra pesare, gravare sulle mie falangi, ad indicare ancora una volta quanto la qualità sia più importante della quantità. E’ nel groviglio che i frammenti di una storia trovano il loro posto. E’ in una notte riscaldata da una coperta soffocante che ho pensato.
A te.
Ci sono sogni in cui mi sento in tremenda difficoltà, come se non conoscessi ciò di cui sono capace, dell’amore che faccio gravitare sulla mia pelle, selettivamente permeabile. E’ l’amore che mi rende così tanto forte da far sembrare tutto “banale”, scontato, non meritevole. E in questi istanti sogno un bacio che mi svegli, di quelli dati con passione, come al risveglio con l’aria che profuma.
Di te.
Ci sono passato e futuro in questa linea che prima o poi finirà. Non scorgo niente all’orizzonte, anche da qui sembra che tutto tenda ad un punto, senza nome, contesto, senza presente. Non ci sei ora né ti ricordo nel passato, hai sempre cambiato forma ed espressione. Sei stata sentimento e poi desiderio, tangibile calore, sei stata l’amara verità, la fuga, il ristoro e la nuova scoperta: chissà cosa sarai? Un posto nel mondo, un mondo di posti.
Con te.

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la "pazza"

Guardano tutti questa signora, ormai anzianotta. E tutti pensano le stesse cose, forse la compatiscono per la “sua sfortuna”. “Una vita difficile” ripetono tutti come se fosse la sua spada di Damocle, il suo pegno per essere ancora qui insieme a noi.
Sono anni che attraversa la piazzetta sotto casa, prima rincorrendo il suo bastardino amorevole. La incontri a qualsiasi ora e con qualsiasi tempo, in sella alla sua bicicletta personalizzata, con lo specchietto sulla sinistra che le riflette il mondo che ogni tanto si scorda di lei. L’ho vista invecchiare, dietro il bancone del negozio in cui l’ho servita per anni, tra “due prezzemoli come odore” e le sue piccole manie e tic che l’hanno trasformata a poco a poco in un piccolo fenomeno da baraccone.
Mi ha visto crescere, da ragazzo a uomo con la barba. Dietro i modi burberi, dietro ai silenzi, dietro tutto quel rossetto rosso che le muore sulle labbra e le infiamma i denti tanto da farla sembrare una piccola donna-cannibale, la pazza del quartiere –così la chiamano- è una delle signore che mi vuole più bene di tutti.
Oggi è arrivata mesta, non sapeva che avevo ripreso a dare una mano in negozio. Le si sono accesi gli occhi, le è caduta la bottiglia che avrei dovuto riempire del miglior vino sfuso per festeggiare la domenica con la compagnia delle intermittenze delle luci natalizie. Mi ha fatto scegliere tutti i prodotti per il suo pranzo senza obiettare –come è solita fare con la titolare- come se avesse dovuto prepararlo anche per me. Mi ha chiesto, si è informata, si è commossa nel ricordare che i primi tempi, quando ancora studiavo alle superiori, non sapevo ancora cosa avrei fatto della mia vita.
Poi –con un soffio di aria gelida che è arrivato con l’aprirsi della porta- il mondo ha fatto il suo trionfale ingresso, gettando la miseria nella vita di chi fino ad ora ha fatto della dignità la carta più importante del mazzo di carte. Sono comparsi gli strappi sugli abiti, un maglione ormai trasparente, quella magrezza che –sebbene nel corpo invecchiato- fanno comunque impressione. La voce si è fatta sottile, flebile, un bisbiglio della vergogna, che ha alzato i suoi muri attorno alle vite di queste persone sole. Ha chiesto di poter pagare più avanti perché “la pensione non era ancora arrivata”.
Ho avuto un sussulto, come se per la prima volta vedessi questa signora per quello che è diventata. 9 euro e 70 che l’hanno fatta diventare piccola piccola davanti agli sguardi degli altri.
Dire di si e dire di no sarebbe stato brutto e così ho inventato, anche questa volta. “Oggi il negozio, per augurare l’inizio della stagione delle feste, regala ai suoi clienti più affezionati, i primi 10 euro di spesa. Così signora siamo pari”.
La signora, che non è scema, ha sorriso cercando di sviare, facendo finta di cadere da quelle nuvole che l’hanno derubata del sole di una vita, esclamando con la più finta delle sorprese “beh che fortuna sfacciata che ho”.
Non so se sia fortuna, ho ceduto volentieri 10 euro della mia paga a questa signora. Che, proprio perché “pazza”, sento così vicina…

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...vivere!

Scrivere è la cura per la mente ma non quella per l’anima.
Non ho mai pensato di avere un dono, sebbene più di qualcuno rimanga stupito per come scrivo. Oggi dimostrerò a tutti che la magia delle parole si perde quando non la si sa utilizzare. Quando si cerca di spiegare qualcosa ma non si è in grado.
Succede, guardando indietro, nelle foto, nei ricordi, che s’intravedano sul proprio corpo, nelle espressioni, emozioni che non siamo più in grado di provare.

[ridere per ogni cosa, la serenità che dava il non pensare]

Quelle persone che non siamo più e che scalpitano come fantasmi tanto da fare male, da rendere malato il pensiero sulla propria esistenza, così tanto da chiedersi se la vita abbia un valore.
L’esistenza è il suo senso stesso. Non ce l’ho con questa vita, non soffro di istinti suicidi, che non ho intenzione di buttarmi sotto il tram. Null’affatto, voglio talmente bene a questo mondo, che non potrei mai e poi mai risolvere così un eventuale problema.
Ho una vita normale, potrei fare cambio con quella di mezzo mondo e non ci sarebbero differenze. Ho una vita invidiabile, potrei scambiarla con quella del restante mezzo e vedere la mia fortuna.
Mi sento dire che nella vita si cambia, si cresce, ma forse è tutta una sciocchezza. Le nostre necessità non cambiano mai, è la sopravvivenza che ci annulla.
Non so cosa stia succedendo ai miei ingranaggi, sto rimanendo vittima di me stesso.
Della mia necessità di essere intoccabile, inappuntabile, irreprensibile. Senza volerlo. Voglio tendere alla perfezione sebbene non abbia nemmeno una vaga idea di cosa possa essere.
E’ il mio istinto che parla, qualcosa che mi comanda e che non conosco. Di cui ho forse paura perché sono la marionetta legata al filo dell’esistenza: vivo e muoio in base a chi mi muove, a chi gioca riempiendo il mio corpo di pezze e poi mi getta via.
Non vale a nulla credere che la gente cambierà se sono il primo a rimanere ancorato ai miei pensieri. Ma nonostante tutto remo contro a chi mi capisce e continuo a farmi del male seguendo la strada sbagliata, quella palesemente sbagliata, quella concretamente e nitidamente sbagliata.
“Lo psicologo da cui ho intenzione di andare” dovrà aiutarmi a credere.
Credere che sono normale ma che, chi cerca certezze negli altri senza esserlo prima per se stesso, ha dei problemi.
Ecco il mio quesito, credere di essere ciò che non sono.
Piacermi allo specchio non equivale a piacere al resto del mondo.
Odiarsi non significa odiare o essere odiati.
Ma amare –forse sì- amare. Amare se stessi, amare il diverso, amare il complementare.
Non mi amo abbastanza da credere di poter essere amato?
Sono parole senza senso che dovete prendere per quello che valgono, righe di pensieri che si affollano nel mio cuore e mi fanno sentire diverso. Diverso per quello che provo, diverso per come mi presento ogni giorno. E io voglio lottare, essere uno qualsiasi, scomparire, esorcizzarmi se necessario. Perché sto male, perché penso di non meritare tutto questo se non riesco a gestirlo.
Di non meritare questa vita così, per non sapere apprezzare la felicità e guardare in faccia le debolezze.
Il futuro cambia il modo in cui viviamo il presente?
Ho il dubbio martellante che le mie paure sfocino nella patologia.
Come questa sensazione di incostanza nei confronti di voi che popolate il mio mondo.
Mi sto isolando, sebbene cerchi disperatamente di remare verso di voi.
Mi sento abbandonato, non da voi, ma da me stesso. E la cosa grave è che tutto ciò avvenga sotto i miei occhi -sotto i vostri- in maniera asintomatica. Nessun cedimento clinico, solo il tempo che ormai è la giustificazione per tutto. E la mia totale ansia di non riuscire a fare tutto non gioca a favore: mi distoglie dagli attimi in cui la vita appare meravigliosa. Bisogna essere attenti ad accorgersi di questi istanti che valgono anni perché –anche se torneranno- non saranno mai uguali.
Ditemi che va tutto bene, che sentite e che capite quello che dico.
Ditemi che avete bisogno di me quanto io ne ho di voi, dopo aver pensato il peggio: che si è uomini soli, che si vive insieme per morire soli, al cospetto della nostra anima. Bruta, rinsecchita, venduta.
Promettetemi che riusciremo a trovare un significato. Che un giorno, in qualsiasi angolo del mondo, saremo in grado di capire di essere felici, o almeno di esserlo stati. Per avere condiviso quell’istante bloccato, averne toccato le corde più intime, giocando fino a tornare bambini, senza remore, rimorsi, rimpianti. Quell’istante in cui tutto è parso chiaro e oggettivo.
Ditemi che siamo la stessa bellissima cosa, ditemi che invidio “voialtri” (suona sprezzante? Non lo vuole essere) perché è impossibile invidiare se stessi. Ditemi che sono normale.
Che brutto modo di concludere, ma va così...

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Livello di guardia

Questi giorni non riesco a scrivere.
Fa troppo male, ogni parola sembra sembra morire.
Tornerò a raccontare, chissà come chissà quando.
Per il momento, annego nei pensieri...
Aiutatemi.

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cannibalism

Mi sento come un animale diretto al macello
Tutto questo tempo a sognare di giorni felici
Mi hai gonfiato di aspettative

Mi hai infarcito di belle parole

Mi hai anabolizzato i muscoli

Ma quando mi vedrai lì

Cotto come il migliore dei polli

Ti renderai conto

Che la mia carne è arida di sentimenti

Che mi hai portato via l'unica cosa che mi rendeva buono

Troverai sì il mio cuore nelle membra
Ma sarà ridotto a pietre sgretolate

Che ti scalfiranno il bianco dei denti

Colpevoli di farti pronunciare parole così sibilline

Sarò pieno di ossicini

Tutti frammenti dei colpi bassi che ho ricevuto

E ora sono qui

Inerme ma profumato

Dorato e guarnito

E allora cosa aspetti?

Mangiami, addentami

Rosicchiami senza indugi

Sfiniscimi

A conti fatti è quello che hai sempre fatto.
Perchè è vero, 

Ci nutriamo di chi ci sta da parte

E di chi ci ama

Infatti, ingrassiamo in silenzio.

Nella foto: piatto tipico alla Hofbräuhaus di München.