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[Hopeless corner]

Qualcuno mi salverà?

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[Therapy-time] In attesa, lampeggio

Ho messo in pausa la mia vita. Quando ripartirò non so se avrò il coraggio di spingere PLAY o se dovrò aggiornare tenedo premuto FLASHFORWARD…

Dopo più di un mese torno a utilizzare questa tastiera per parlare di me. Ho un timore revernziale nel riaprire il rubinetto della mia vita, quel tanto che sia sufficiente a sfogarmi e al tempo stesso a non espormi troppo. Ho paura, o meglio, non sono totalmente sicuro di volerlo fare. Si può dire che stia vivendo una vita che non mi appartiene in fino in fondo, perché riempita di cose che non sento del tutto mie. Mi sento attraversare da stati d’animo contrastanti, difficili da sopportare, talvolta tanto sciocchi da fare invidia alle corse dei bambini sulla sabbia con il ghiacciolo in mano, coscienti che il rischio di cadere sia ben più alto della possibilità di arrivare sani a destinazione. Sono instabile, stanco, con un sorriso che sta pian piano diventando un tatuaggio sulla bocca, per ricordarmi sempre dello sforzo immane che sto facendo.
E irrimediabilmente perdo qualcosa, perdo me stesso: le persone importanti sono sempre lì, ma silenti e temporalmente inarrivabili. Cerco di ritrovarle nei visi che mi circondano tutti i giorni, a lavoro e in qualche incubo, ma è difficile. Il cinismo ogni tanto pervade l’anima delle persone e mi sembra di finire sul set di Desperate housewives, dove, dietro la facciata, l’unica preoccupazione è quella di mantenere un’impressione visiva e di primo impatto tranquillizzante. Ecco, tranquillità.
Sono una persona che è diventata tranquilla, in un modo che è difficile da concepire. Sto imparando ad apprezzare la diversità, le mie grandi mancanze, quei piccoli spunti che mi danno felicità e quei piccoli sguardi che rubo per sentirmi un uomo in cerca del suo precario equilibrio. Tutto quello che sto scrivendo non ha un senso logico, è un insieme poco concreto di punti interrogativi che sono cresciuti in un trimestre di sconvolgimenti.
Penso a quel che ero e a ciò che avevo prima di iniziare la stagione estiva. Penso alla rabbia, al sudore e alle quotidiane soddisfazioni che il contatto con le persone mi regala. E tra queste persone si nasconde l’affetto, la stima, la voglia di conoscere i profumi e le cicatrici che ci rendono unici. Perché non importa quanto qualcuno possa prenderti in giro, deriderti, snobbarti. Se sai di valere e lo dimostri sul campo non c’è nulla di cui preoccuparsi, non c’è rabbia che tenga, non c’è fatica tale da stancarti fino in fondo, non c’è legame che non si possa far durare per sempre.
Mi sono sempre sentito dire che ero una persona giudiziosa e adulta, ma mai quanto oggi mi sento cresciuto e maturato. Ho imparato, sto ancora imparando.
E vivo per me, dei complimenti che finalmente arrivano con il solo scopo di farmi star bene, senza più filtri mentali, senza inibizione. Vivo per me. Lascerò lampeggiare il tasto della pausa finchè sarà necessario. Niente corse, nessuna scadenza. Ci sarebbero, ma non fanno più per me.


PS: a te, che in una notte come tante, pian piano stringi le tua mani attorno al mio cuore.