ir a principal |
Ir a lateral
Guardando la gente, non è sempre facile avere un'idea chiara su chi queste persone possano realmente essere. In un ospedale, ancor di più, è difficilissimo.
Al sole del mattino è spuntato Silvestro, il micione bianco e nero che dà il benvenuto ai pazenti dell'ematologia e oncologia medica. Se avessi seguito più attentamente i suoi discorsi fatti di miao miaomiao e maomiaomao, forse avrei capito subito che lei non era normale.
Parlo di "lei" come se fosse un'entità sovraumana, perchè forse viene dallo spazio.
Si è presentata cercando un fantomatco Mr. X al piano terra, dove lavoro.
Ho gentilmente detto che lo avrebbe trovato al piano secondo del palazzo in cui si trovava.
Ora, immaginatevi la scena: io, camice bianco, guanti azzurri con una pipetta da laboratorio che sembra una pistola, osservo questa donna, inguainata in una giacca nera e argento (mammamia che orrore aggiunge la redazione), che fissa il soffito in corrispondenza del "secondo piano".
La saluto ma vedo che non reagisce, anzi, ritenta con "ahalsecondopiano?" e io ri-rispondo con un "si, appena arriva su, la seconda porta sulla sinistra".
A questo punto lei, quasi sollevata, mi fa "ah bene, la navetta dove la prendo?"
E io sicuro di avere sentito bene, ma infastidito dal rumore della cappa di aspirazione, sgrano involontariamente gli occhi (e in automatico appare sulla mia fronte il messaggio promozionale stampato su nastro girevole a led rossi "ma sei una deficiente?") e mi chiedo se ha appena chiesto dove prende la navetta..."navetta per cosa, scusi?"
"Beh, per andare al secondo piano".
Con gli occhi già sgranati, la cosa che rimane ovvia è che i miei bulbi oculari stramazzassero sul pavimento. E così fu.
"Guardi, al di là della porta a vetro ci sono circa 6 ascensori, dovrebbero essere sufficienti quelli"
"Ah, quindi non avete le navette..."
Non ho fatto in tempo a risponderle, a chiederle "perchè, voi le avete? E se sì, dove? Da dove viene?", che il mio primo incontro ravvicinato del terzo tipo era già finito.
Lei, l'alieno, era andato via.
Teletrasporto?
E ora, sono di nuovo pieno di domande...
Sottile è il filo che tiene uniti pensiero ed azione.
Costruiamo muri razionali per non esporre i nostri limiti, rendiamo invalicabili i pensieri da cavalcate irripetibili in paesaggi sconfinati.
Se è vero che l’uomo ha paura del diverso è altrettanto vero che si vergogna di ciò che pensa.
Non fino in fondo, a mantenere una buona media ci sono i fanatici, coloro i quali hanno il solo limite nel disgusto, nel culto di loro stessi.
Il vetro ci divide e ci allontana con il suo riflesso. Non sento le tue parole, invento frasi felici per strapparti quel sorriso che mi placherà. Assaporo il labiale come la penitenza sconosciuta che mi scuote fino al midollo. E’ uno schock, una libido straziante, una frustrante disillusione.
Non hai odori che posso trasportare nel letto delle mie fantasie, sarai bianca ma senza profumo, senza anima, senza volto. Sarai senza essere.
Non hai storie da raccontarmi, non hai storie perché non hai origine, ti manca qualcosa che sai già non potere più avere.
Sarei più vivo al buio, senza incrociare le tue pupille distorte e sfocate, senza dover cercare di raggiungere il palmo delle tue mani dall’altra parte.
Come se fosse filo spinato, la libertà di essere in una gabbia.
Dedico questa giornata a tutte le persone importanti, a cui penso sempre ma che meriterebbero più attenzioni.
Chiacchiere, come una volta.
Vicinanza, come una volta.
Amicizia, come sempre.
PS: Pillo, è per te.
Chi ha fantasia, ha provato ad immaginare come sarebbe la vita se si nascesse vecchi e si morisse giovani, giovanissimi.
La mia mente fino ad ora non si era mai spinta troppo in là con questi pensieri.
Li accantonavo subito perché mi facevano troppo male, mi davano fastidio. Mi sentivo quasi insultato.
Vi chiederete “perché mai”, amici miei cari.
Elaborando questo pensiero impossibile, ho sempre creduto che il morire giovani fosse solo in un contesto prettamente mentale: morire con la mente di un bambino ma in un corpo da adulto. La mia rabbia si manifestava quindi perché in questa possibilità di vita c’erano solo vantaggi: ci si dimentica presto degli acciacchi, man mano che si cresce fisicamente il cervello è sempre più pronto, agile e scattante, e la vita veramente avrebbe coinciso con il paradiso.
Ma, dopo ieri sera, qualche prospettiva è cambiata e mi chiedo stupidamente perché non ci avessi pensato prima, perché non fossi riuscito a darmi una spiegazione tanto razionale per un evento così irrazionale. Si nasce vecchi, con i problemi legati al tempo, si cresce, ci si vede ringiovanire e rinvigorire, ma il tempo che corre all’impazzata al contrario porta stanchezza agli occhi, dolori interminabili, vedendo sfiorire le persone che amiamo e che vivono con noi. Invecchiando ma allo stesso tempo ringiovanendo si disimpara a pensare, a parlare, ad essere compresi e a riconoscere le cose che ci fanno bene. Fino a diventare un fagotto piccolo piccolo, immerso nella frustrazione di non sapere che dimenticherà tutta la sua vita, per morire fra le braccia vigorose e forti di una donna stanca che lo ha accudito per tutta una vita.
E allora mi guardo, allo specchio, mi guardo, attorno, e improvvisamente il dramma si fa ragione e illuminazione.
Ogni cosa a suo tempo…
Cerco di sdrammatizzare, parlando come la magnifica Daniela Santanchè by Paola Cortellesi.
La verità è che: “Mi vergogno del mio vergogno”.
E’ come se in un attimo avessi visto quello che mi circonda per ciò che è veramente.
E peggio ancora è dovermi vergognare delle persone del mio piccolo mondo.
Non ho più occhi per osservare la magia: vedo solo il mio stupore, la mia irrequietezza, il mio dolore.
Sento il sonoro crack di qualche pezzo che è andato in frantumi.
Percepisco nettamente il mio essere impreparato a dovermi ricredere, dire di no, essere freddo con chi fino ad ora mi ha offerto caldo e brezza rigenerante.
E ora sono qui, che non so come comportarmi, a capire se c’è qualcosa che si possa fare…
Falling like a burning satellite.
Per sfuggire alla mania dello spaces di MSN, un anno fa -il 9 febbraio 2008- nasceva questa mia nuova isola. Come tale, ha sempre cercato di nascondersi, ha cambiato veste qualche volta, ha avuto pochi ma affezionati lettori-turisti-esperti, che con il tempo hanno preso le loro decisioni: andare o restare.A chi è andato dico comunque grazie, a chi è rimasto offro anche un pezzo di torta!Tutto quello che è scritto e che qui rimarrà a testimonianza del mio impegno è tutta la mia vita, esaminata sotto molti aspetti.Emerge quella inquietudine che maschero nella vita di tutti i giorni, emerge quella ricerca della perfezione che spesso mi ossesiona.Pià di tutto parlo all'amore e dell'amore, vero faro in questa mia vita.Pensavo che crescendo amare sarebbe stato sempre più facile, nel senso che maturando e conoscendosi meglio si potesse anche più facilmente capire quali persone sono destinate ad avere il tuo affetto e la tua abnegazione.Invece non è così, sembra destinato tutto a mischiarsi pericolosamente, ma non demordo.D'altronde, in quest'isola, i sogni diventano realtà...
Lasciare tutto e ricominciare altrove... Chi si unisce?
A 24 anni, oggi, mi sembra di non avere concluso nulla. Sia chiaro, sono soddisfatto, ma la mia vita può essere definita senza perdita come un’esistenza normale. La cosa che tuttavia lascia sempre amarezza nel mio stato è quello di provare invidia per chi fa cose straordinarie non facendole passare per tali. E le cose straordinarie, agli occhi di un ordinario, non sono solo i lussi, ma le porte della fantasia perennemente aperte sul giardino delle possibilità.
Sono un single stufo. Di doversi giustificare, di dovere rincorrere, di dover ricevere sempre un contesto.
Con un metodo sempliciotto, burino, scontato e che non mi si addice, qualcuno mi ha suggerito che “Matteo, sei solo stufo dei mediocri”.
Non penso sia questo: il mio problema deriva da altro. Che poi io non sia in grado di definire questo altro è un’altra questione, ma la cosa principale che mi crea problemi è che io, per definizione, non sono una persona costante.
Non sono costante nei gusti che riempiono la mia vita: faccio tutto a modo mio, spesso passo per snob (mi ha stupito molto) e fighetto (non mi tange).
Non mi so accontentare, questo lo ammetto: ma non mi riferisco a cose impossibili. Non mi arrendo al pensiero e alla determinazione di volere fare di tutto per costruire un futuro come io ora immagino.
In un cielo vuoto, senza luci, nuvole, mi sdraio e penso se lassù, qualcuno da lontano lontano, riesca vedere la mia di luce, piccola, ma costante.
Questa mia lanterna, qui ad altezza uomo, non viene mai percepita per quella che è veramente: un barlume di speranza.
Se metto i mocassini e la camicia sono troppo business-man, ma non posso mettere per due giorni di fila un paio di converse scaciate che mi si guarda come portatore sano di lebbra o anarchismo.
Il mio problema è che non sono ancora riuscito a trovare una persona con cui condividere cose normali e che creda che anche io, come tutti gli esseri umani, faccia cose quotidiane o semplici. Tutti a dirmi “da te una cosa del genere non me la potrei aspettare”, “tu sei diverso”.
Come se i miei interessi mi dovessero portare ad essere un’entità superiore, un dispenser di consigli, oggettività, emozioni. In comodi sacchetti dosati, salva freschezza e a poco prezzo. Vivo come tutti, forse ho i miei modi per fare capire certe cose, forse la mia empatia mischia troppe cose e alla fine nel calderone ci finisco solo io.
Ma più cresco e più mi sento in difficoltà ad accettare descrizioni che non sono parte di me.
Sono stufo di essere trattato come un diverso, perché diverso non sono.
Che dite?