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La Svezia mi attende

Ammesso!!!

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The windy city

E’ stata una settimana densissima, la più densa della mia memoria. Ero partito per sfuggire a qualcosa, al destino che sapevo sarebbe arrivato, certo non con queste risposte.
L’America era fino ad ora un sogno: strade sempre illuminate e luoghi sconfinati pensavo fossero solo idee confuse. Invece Chicago è anche questo ma più di tutto è stato disincanto.
Mi sono ritrovato in una città gigantesca ma non caotica, ricca ma non opulenta, che vive con un piede nel futuro e l’altro nel presente, una città in cui l’americanità è data da tante piccole cose. E’ stato un viaggio tra le varie culture, cinesi, afroamericani, messicani, latini, italiani e altri ancora, che trasformano la lingua parlata in gesti e cenni per dare un significato a quelle che le parole non dicono. C’è tanta storia, tanta passione: c’è la spudorata necessità di mostrare l”american way of life, fatto di abbondanza e quella che viene definita efficienza. C’è la grande voglia di uscire da questa crisi, dai grattacieli lasciati a metà alla rincorsa ai cartelloni pubblicitari, la smodata ossessione della linea e della forma che ti lascia metà strada fra etichette nutrizionali anche sulle bottiglie d’acqua e abitudini culinarie che portano al collasso uomini come me. Questa è stata la mia settimana e –se vi dovesse capitare- questo è quello che non potete perdere:
  • passeggiata sulla North Avenue beach, anche se il tempo non è bellissimo, perché vi sembrerà comunque un paradiso;
  • una colazione da Lou Mitchell’s, una stuffed pizza da Giordano’s, un Reuben sandwich e uno Shake al Chicago Diner (un vegan-place), uno “spuntino” alla Cheesecake factory e una ottima cena al Tango Sur;
  • un brunch (rigorosamente domenicale) alla Pancake house (consiglio le Eggs Benedict o l’Apple pancake);
  • la vista che si gode dalla Hancock Tower, magari davanti ad un buonissimo analcolico di frutta;
  • un qualsiasi spettacolo nel Theatre District (io ho visto Mary Poppins con tanto di Walt Disney come produttore e quindi un fiume di soldi da investire che hanno permesso di far letteralmente volare Mary in mezzo al pubblico);
  • il Bean, vero gioiello del Millennium park, in cui avrei passato tutto il tempo;
  • un concertino jazz al Green Mill (covo di Al Capone);
  • una serata in totale allegria e musica (poppdenz) al Roscoe’s, tra gare di drag queen e un drink in totale allegria;
  • una passeggiata per il centro e subito dopo verso il Nord;
  • farvi raccontare come la crisi o il silenzio e l’abbandono abbiano trasformato alcuni uomini in invisibili agli incroci delle strade o sulle panchine della Union Station.
Se poi avrete la possibilità di entrare al Wrigley Field (Baseball), al Soldier Field (NFL) o allo United Center (NBA o concerti internazionali) durante una qualsiasi manifestazione, avrete tutta la mia invidia.

God bless America.

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Jet lag

In attesa di riprendermi dal jet lag che mi ha letteralmente strappato la carne viva a pezzetti, vi lascio con questo appunto buttato giù durante i giorni trascorsi a Chicago.

Il 95esimo piano di un grattacielo di vetro si affaccia su un lago infinito e il mondo ai tuoi piedi non sembra lo stesso. Sei distaccato, vedi tutto piccolo, le uniche cose maestose sono gli sforzi della mente e dell’architettura dell’uomo, animale sociale che in America assume un connotato ancora più speciale.
L’America dei telefilm esiste davvero: penso subito alla mano tesa sul marciapiede per fermare il taxi, i viottoli dietro i locali, sempre bui e con del fumo che esce da qualche conduttura. Penso alle sfavillanti luci che non permettono di distinguere il giorno dalla notte o alle porzioni XL di qualsiasi cosa si decida di bere o mangiare.
Ma in mezzo a tutti questi stereotipi ho conosciuto l’America che non sempre giornali e reportage riescono a riportare.
Vedi la ricchezza scontrarsi con l’immobilità e il gelo che costringe i poveri sui marciapiedi, sbattendo qualche centesimo in un bicchierone di plastica usato chissà quando e chissà dove.
Vedi che la crisi –quella vera- qui non ha chiuso negozi ma intere strade, vedi migliaia di culture diverse, fondersi in un mash-up in cui il sentirsi americano è il denominatore comune. Questo senso di patria come bene superiore si manifesta nelle bandiere, nell’essere pedante di camerieri e inservienti alla ricerca della mancia più sostanziosa, nella eccessiva volontà di rimarcare questa “americanità”. Pensi a Chicago e cerchi di confrontarla con qualsiasi altra cosa che hai visto ma non ci sono metri di paragone: l’eccesso nel difetto. Sono le 10 del mattino, seduto al tavolo di casa, soli 12 piani e all’orizzonte il lago Michigan che ricorda nei colori e nelle attrezzature la spiaggia californiana di Baywatch. Questa città del vento ha proprio nel tempo la sua forza: ti regala un sole estivo che ti fa sudare il cuore, che trasuda di ricordi e sentimenti e dopo poco ti fa gelare con un vento che cancella memoria e condensa preoccupazioni. Stamattina brilla il sole ma le previsioni non promettono nulla: thunderstorm all’orizzonte.
E così sia, lampi e fulmini coloreranno di natura anche l’immenso verde di questa città che mi ha cambiato la vita.

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Road to Chicago

Scrivo per sdrammatizzare le paure di questi giorni.
La fatica mi sta rendendo un uomo migliore ma sempre più solo.
Solo nei pensieri e nella trepidazione degli attimi che si rincorrono e che mi sembra di non riuscire ad afferrare.
Giovedi mattina, prima che il sole sorga, inizierò la mia rincorsa al giorno, volando a Chicago.
Saranno solo otto giorni.
Ma le occasioni da celebrare sono troppe per farlo passare come un “semplice viaggio”.
Sarò un uomo diverso: parto con la vita su due strade e tornerò solo su una.
Domani mattina il futuro si rivelerà maestoso e agghiacciante.
La Svezia risponderà in maniera netta e definita alla mia domanda, che continuo a ripetermi fino allo stremo da novembre. Domani si decide il mio futuro, o meglio che piega prenderà la mia vita.
So che andrà tutto bene, nel senso che piano A e piano B ci sono, sicuri e indissolubili.
Ma ho bisogno di altro.
Ho bisogno di riunire qui tutto quello che conta: e niente importa più di voi.
Per coloro che credevo perduti e che invece sono stati sempre qui, per chi mi ha visto poco ma sempre, per altri ancora che pensano di conoscermi come le loro tasche e infine per quei pochi che vorrei mi conoscessero e ancora non ne hanno avuto la possibilità.
La strada per Chicago mi darà anche questo: coesione, di tutti i miei mondi.
In un unico istante, tutti a spasso con me.
Ale, Cri, Xia, Pillo, Mi, Fede, Fra, Dada, , Ceci, Elenina, Giuly e Miki.

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Ayrton

Quando ero più piccolo, a maggio era già caldo. Ricordo distintamente quell’odore dell’erba tagliata di fresco aprendo la finestra della mia camera che dava sul giardino.
Sentivo quel cane abbaiare, festante per il passaggio di qualche sconosciuto in bicicletta.
A maggio succedeva sempre qualcosa di spettacolare. Al di là di quelle colline si sentivano dei rumori, portati dal vento.
Motori roventi, gomme che stridono, uomini che con un casco sfrecciano a 300 km/h.
Da piccolo, a Castelbolognese, mi sembrava di potermi affacciare sui box di Imola.
Ho sempre amato le macchine, sono sempre cresciuto beatificando le emozioni e la libertà della pista.
Era il primo maggio del 1994, avevo nove anni e nella mia via sembrava una domenica di agosto, silenziosa, calda, di attesa. Ricordo tutto con quei brividi e quel magone che ricompaiono ogni volta che si tocca questo tasto.
Ad un certo punto sento il telecronista urlare, vedo con i miei occhi quello schianto, lascio cadere la macchinina con cui stavo giocando e fisso quello schermo, troppo piccolo per farmi capire quello che era successo.
Ricordo il mio stupore, la mia innocenza nel chiedere a cosa servissero quei teli bianchi, ma nel mio cuore si iniziava a formare un vuoto che non si sarebbe più colmato.

Passeggiando da grande davanti a quella curva maledetta, sedendo accanto a quella statua che porta la maestosità nei dettagli, ricordo quell’attimo come un dolore estremo. Tanto veloce da avermi fatto sentire dolore solo dopo tempo, assimilandolo con i miei respiri fino ad oggi.

Sono passati 15 anni eppure sembra ieri.
A te, mio indimenticato campione.